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ETRUSCHI E SARDI


ISTITUTO NAZIONALE DI STUDI ETRUSCHI E ITALICI

SECONDO CONGRESSO INTERNAZIONALE ETRUSCO

Firenze 26 Maggio-2 Giugno 1985

ATTI - VOLUME II

SUPPLEMENTO DI STUDI ETRUSCHI
 

 

 

GIOVANNI UGAS

I RAPPORTI DI SCAMBIO FRA ETRUSCHI E SARDI.
CONSIDERAZIONI ALLA LUCE DELLE NUOVE INDAGINI A SANTU BRAI-FURTEI

ROMA

GIORGIO BRETSCHNEIDER EDITORE

1989
 

 


Vari studiosi, in questi ultimi tempi, hanno indirizzato l'attenzione sugli scambi fra le comunità nuragiche e le regioni tirreniche, in particolare l'Etruria *.

Non è il caso di richiamare i precedenti rinvenimenti che documentano l'intrecciarsi dei rapporti fra la Sardegna e l'Etruria tra il IX e il VII secolo a. C. in un dialogo che coinvolge, a pari dignità, committenti etruschi e sardi indigeni di rango aristocratico.

Preme sottolineare la persistenza degli scambi diretti tra le due regioni sino alla prima metà del VI, sia pure all'interno di una differenziata dinamica storica. Allo stato attuale delle ricerche, emerge in un primo tempo un prevalente interesse commerciale dell'Etruria Settentrionale e successivamente (dalla fine del VII secolo a. C.) dell'Etruria meridionale.

Per quanto concerne in particolare il Periodo Orientalizzante finale e gli inizi del Periodo Arcaico, le ricerche e gli scavi più recenti documentano la circolazione di vasellame etrusco in 18 centri nuragici di cui 14 nella Sardegna Centro-meridionale. L'ubicazione di taluni di essi (Erimanzanu-Bono, Ittireddu, Tuppedili, Villanovafranca e Santa Vittoria-Serri), ben all'interno del territorio sardo, fa ritenere che il raggio del commercio etrusco abbracciasse l'isola intera o quasi.
Viaggiano soprattutto vasi da mensa in bucchero (oinochoai, amphoriskoi, kantharoi, kylikes), oltre che balsamari (aryballoi e amphoriskoi etrusco-corinzi) e contenitori impiegati nel rituale funerario (anforette).
Ora il mercato etrusco pare indirizzarsi non più (o non solo) ad acquirenti sardi di rango elevato ma a fasce sociali più ampie di una borghesia emergente.

Nell'insediamento nuragico di Santu Brai di Furtei, situato ad oltre 40 km. da Cagliari nella fertile regione della Marmilla, ai margini del Campidano, ricca di argilla e allume, e sulla via delle miniere di rame di Gadoni, l'indagine archeologica ha mostrato più che altrove l'interesse per i manufatti etruschi, specie in ceramica. La situazione di Santu Brai va considerata lo specchio di una realtà estesa all'isola intera e non già un dato eccezionale.

Ad un intervento di scavo, non ancora concluso, effettuato sulle pendici nord-orientali del colle di Santu Brai, nelle vicinanze della chiesetta romanica intitolata a S. Biagio in un settore di m. 20 X 15 di un lotto seminativo (proprietà Italo Lilliu), si deve un ulteriore ampliamento del quadro delle importazioni etrusche già conosciuto attraverso le precedenti ricerche di superficie nello stesso sito.

Lo scavo ha messo in luce un ambiente sub-rettangolare di m. 5,80 X m. 4,65, pertinente ad un edificio plurivano, provvisto di muri rettilinei con zoccolo in pietrame legato con malta di fango e di un battuto pavimentale in malta argillosa.

All'interno del vano, stratigraficamente separati da un battuto in argilla, si succedono due depositi culturali: uno (Liv. 2°) attribuibile all'ultimo quarto del VII e agli inizi del VI secolo a. C.; l'altro (Liv. 4°), pertinente a tempi di fine Vili secolo, ha restituito frammenti di anfore piriformi e fittili ornati « a cordicella ».

Nello strato 2°, centinaia di frammenti vascolari di produzione etrusca, talora combacianti con i pezzi raccolti nelle precedenti ricognizioni di superficie, sono stati rinvenuti in associazione con vasellame d'importazione greco-orientale (un frammento di coppa ionica « à bandes réservées » tipo B2 Vallet-Villard e un frammento di anfora « à la brosse », e fenicio (frammenti di un'anfora a labbro ingrossato).
Sono stati rinvenuti ancora: una perlina in ambra bruna, forse proveniente dall'Etruria; utensili in bronzo (cuspide di lancia, seghetto, ago, frammenti in lamina con ribadirli e un piccolo cono con anima in piombo); la testa in osso di un probabile ago crinale; infine diversi vasi locali in parte ricomponibili, sia d'impasto (brocchetta e « cooking-pots ») che torniti e dipinti a bande.

Sono stati parzialmente ricomposti una decina di esemplari di ben note forme fittili etnische: 6 vasi in bucchero (due anforette a doppia spirale - tipo lb Rasmussen -, due oinochoai, di cui una ornata a ventaglietti e semicerchi - tipo 3b Rasmussen - e l'altra a nervature in rilievo, due kantharoi - tipo 3e Rasmussen - ; una probabile anfora, d'impasto buccheroide, con piede profilato a tromba ed ansa ornata a stampiglia con fregio di animali (forse pantere); due coppe su piede; un aryballos globulare di tipo etrusco-corinzio. Tali forme sono in parte già attestate in altri centri nuragici e fenici.

Numerosi vasi d'impasto o di argilla subfigulina imitano chiaramente nella forma esemplari d'oltre Tirreno: un askós a ciambella, un askós frammentario con protome bovina, ornato a cerchietti stampigliati, quattro bicchieri cilindrici a superfici ruvide, di cui uno con due bozze contrapposte per parte, due olle a cordoni con labbro svasato a tesa e scanalato e due piatti con labbro sporto a tesa.

Nel terriccio sconvolto dello strato superficiale dei riquadri 18, 23 e 26 prossimi al muro Nord del vano sono stati rinvenuti quattro campioni di pesi da bilancia (PI, P2, P3, P4), in steatite grigia. È incerta la giacitura primaria dei pesi. La pertinenza al livello 2° è suggerita dal rinvenimento di bucchero in associazione di superficie. Il livello 4° è invece indiziato dal fatto che i riquadri interessati sono esterni anche se adiacenti al vano.

Tre dei campioni recano l'indicazione del valore ponderale; nel quarto il segno è abraso. I campioni PI e P2 sono troncoconici e mostrano il valore 5 espresso con puntini excisi; l'esemplare P3, a forma di parallelepipedo con faccia superiore arrotondata, è contrassegnato dal marchio « X » graffito ; il quarto (P4) è di forma cilindrica con base piatta, abrasa.

I campioni pesano rispettivamente:

  • P1    gr.  25,17
  • P2    gr.  26,8
  • P3    gr.  64,87
  • P5    gr.  63,70 (in origine circa 65/66).

Nei primi due pesi P1 e P2 il valore 5 individua un piede oscillante tra gr. 5,2 e 5,4, assai prossimo alla unità di peso egea dell'Età del Bronzo di gr. 5,51.

Gli esemplari P3 e P4, d'altro canto, rientrano nel medesimo sistema me-trologico di altri campioni di peso rinvenuti nell'Egeo, in particolare a Capo Gelidonya, oscillanti tra gr. 63 (W. 33), 65,5 (W. 34) e 66,5 (W 35). Questi campioni ponderali, così come altri compresi tra gr. 63 e gr. 69 sono stati ricondotti dal Parise ad un'unica unità « microasiatica » sulla base di riscontri sia con pesi in steatite tardo-minoici da Cnosso, ridotti dai segni di valore 5 e 24 alla unità di gr. 65,4 e 65,3, che con pesi in pietra e piombo da Tera (gr. 63; gr. 66,5).

Nel caso, come io credo, che il piede di gr. 5,2/5,4 e i pesi di gr. 63,87 e 63,70 (65/66) fossero riconducibili ad un unico sistema metrologico il marchio « X » inciso sulla faccia convessa dell'esemplare P3, indicando un multiplo, avrebbe il valore di « 12 ». Le unità di peso nuragiche di Santu Brai attesterebbero, pertanto, una relazione economica, di cui occorre ricercare l'arco cronologico (fra la Sardegna e il mondo egeo), passata o ancora in corso tra fine VIII e fine VII.

Nella Sardegna meridionale, durante il Periodo Orientalizzante antico tale piede di « tipo egeo » veniva impiegato insieme ad una base ponderale di gr. 9,39, individuata attraverso i segni di valore dei lingotti in piombo, rinvenuti nella sala delle riunioni di Sant'Anastasia di Sardara; quest'ultima base trova riscontro nei sistemi metrologici siriano, egiziano e cipriota.

Possiamo supporre che nel Periodo Orientalizzante, le operazioni commerciali in ambito nuragico, si svolgessero con interlocutori di varia provenienza mediante l'impiego di più sistemi ponderali.
È probabile che anche negli scambi con i comittenti etruschi i nuragici impiegassero gli stessi piedi ponderali accertati a Santu Brai. In tal modo andrebbe ad ampliarsi l'area della koinè del sistema metrologico mediterraneo, risalente all'Età del Bronzo, sono i comprendere, oltre che Grecia, Creta e Cicladi, anche Sardegna e prospicienti regioni tirreniche dove si sarebbe mantenuto ancora sino al VII secolo a. C, se non oltre.

Alla luce anche delle ultime acquisizioni di Santu Brai, non pare ci siano argomentazioni valide per negare rapporti diretti fra agenti commerciali etruschi e sardo-nuragici tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a. C.. Infatti i Sardi-Jolei controllavano, sino all'avvento dei Magonidi cartaginesi, le più ricche regioni agrarie dell'isola (le « Jolaia Pedia ») e gran parte delle regioni minerarie quali il circondario di Gadoni, ricco di rame, e il Guspinese, retroterra della piana neapolitana, ricco di piombo, argento, rame e ferro.

Manufatti in ferro e in altri metalli, ceramica di lusso, oggetti d'ornamento, potevano essere scambiati dagli Etruschi con grano, piombo, argento, lana, pelli, sale ed altri prodotti dell'isola senza necessariamente ricorrere ad intermediari fenici.

Il flusso dei manufatti etruschi (soprattutto dalle città meridionali: Tarquinia?, Vulci?, Caere?) nei centri nuragici appare estremamente vivace sino al 1° quarto del VI secolo a. C. ; successivamente si attenua, sin quasi a cessare nella 2a metà del VI. La crescita inversamente proporzionale delle importazioni greco-orientali nei centri nuragici, nello stesso lasso di tempo considerato, concorre a far credere che la causa prima della crisi del commercio etrusco sia da attribuire all'avvento e all'intensificarsi della presenza coloniale ed emporica greco-orientale, specie focea, nel ventaglio dei vettori Ampurias-Massalia-Alalia-Gravisca. Da ciò scaturisce che, nell'isola, il commercio etrusco prima e greco-orientale poi si svolgesse direttamente e non attraverso la mediazione dei centri fenici delle coste sarde (Nora, Sulci, Tharros) che, sia pure molto attivi, non potevano imporre vincoli monopolistici nelle modalità che si determinarono solo dopo l'avvento cartaginese del 509 a. C. sancito dagli accordi con Roma.

La presunta inesistenza di centri nuragici arcaici lungo le coste non può essere presa in seria considerazione per giustificare la tesi di un controllo totale dei commerci nell'isola da parte dei Fenici, con la conseguente esclusione dagli scambi delle popolazioni nuragiche. Innanzi tutto lo stato attuale delle ricerche non giustifica affatto questa supposizione. Peraltro, sono numerosi i nuraghi ubicati sulle coste. Inoltre ancora nell'età del ferro, quando oramai i castelli avevano cessato di svolgere la loro funzione primaria e gli abitati tendevano a inurbarsi, erano certamente in vita centri indigeni come Carales e Neapolis. Tuttavia, anche se così non fosse, chi ci dice che i centri nuragici d'Età Arcaica e già precedentemente d'Età Orientalizzante, seppure ubicati nel retroterra, come le città dell'Etruria (esclusa la sola Populonia), non controllassero gli scali marittimi del loro territorio?

Né può essere ritenuta prova di un monopolio commerciale fenicio, a partire dalla fine del VII secolo a. C, la presenza ovvia di manufatti fenici in centri indigeni. L'apporto commerciale fenicio nei centri sardi dell'interno, in questo periodo, è tutt'altro che ben definito. Nelle località di M. Olladiri, Tuppedili e Santu Brai, il lotto dei reperti di fabbrica o imitazione fenicia non supera, allo stato attuale delle ricerche, l'insieme dei manufatti di produzione o imitazione greco-orientale e/o etnisca. In ogni caso è inferiore alle aspettative, considerata l'esistenza delle città fenicie sulle coste isolane.

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